Il papato all’epoca della’Assolutismo e dell’Illuminismo


Dopo la Pace di Vestfalia (1648) al papato non rimase altra scelta che adattarsi alla situazione creata dalle grandi potenze politiche.
I papi poterono da un lato dimostrare la loro vitalità nella difesa dal pericolo turco, ma dall’altro dovettero accontentarsi di redigere lettere di protesta. Spesso l’elezione papale fu condizionata dalle influenti potenze politiche.
Tale condizionamento venne in parte legalizzato assumendo un aspetto concreto nel diritto di «veto», per cui i sovrani dei paesi cattolici, quali la Spagna, la Francia e l’Austria potevano opporsi alla candidatura di un papa sgradito.
Già nel 1605 la Spagna aveva per la prima volta imposto il proprio veto contro un papabilis inviso. Nel collegio cardinalizio in quest’epoca si affermarono soprattutto tre partiti, le cui diatribe molto spesso ritardarono considerevolmente l’elezione papale. Mentre gli «zelanti» sostenevano gli interessi della curia e i cardinali della corona quelli dei loro sovrani, il partito indipendente dello «squàdrone volante» riusciva talvolta a determinare l’esito delle elezioni. In caso di parità fra le varie fazioni non fu raro il caso del ricorso a un candidato di compromesso, anziano e malato.
Le potenze politiche in questo periodo ebbero un grande influsso anche sulla nomina dei cardinali e i cosiddetti «cardinali della corona» crearono non poche difficoltà ai papi. Il nepotismo continuò ad essere la malattia del papato, ma rispetto all’epoca rinascimentale si man- tenne entro certi limiti.
Nelle dispute dottrinali sul giansenismo e sul gallicanesimo spesso si sprecarono delle preziose energie e i papi persero in parte l’aggancio ai nuovi orientamenti dello spirito e alle moderne correnti culturali.
Durante l’Illuminismo agli ideali di tolle- ranza e umanità il papato contrappose un rifiuto generalmente sterile. La conseguenza fu che soprattutto le classi colte considerarono la chiesa come una istituzione «fuori moda» e le voltarono le spalle. Il popolino invece fu risparmiato da queste tendenze innovatrici e proprio fra le masse popolari la chiesa esercitò un’enorme influenza. Durante il XVIII secolo le potenze cattoliche dovettero cedere la loro supremazia agli stati protestanti quali l’Inghilterra e la Prussia.
Di fronte alla generale evoluzione dello stato moderno, quello della chiesa non fu in grado di tenere il passo e divenne sempre più di ostacolo alla libertà d’azione dei pontefici. Con la soppressione dei gesuiti il papato manifestò tutta la propria impotenza di fronte all’assolutismo delle grandi monarchie europee. Va considerata come un’ulteriore debolezza del papato l’incapacità di proporre o concedere delle riforme, attese da lungo tempo. Si attenne invece alle norme di un diritto antiquato conservando immunità, privilegi e forme liturgiche sorpassate; respinse ogni proposta di rinnovamento come un attacco ai diritti della chiesa. Mantenne imperterrito delle posizioni che furono poi scalzate violentemente dalla Rivoluzione Francese.
I papi di quest’epoca però furono delle persone dignitose e degne, in parte anche eccellenti. Per l’arte e il decoro di Roma anch’essi dimostrarono un fattivo interesse.
J. Gelmi, I Papi, Rizzoli, Milano, 1987