Il papato dalla Rivoluzione Francese alla Grande Guerra


Per il papato il XVIII secolo terminò in maniera catastrofica. Napoleone scrisse a Parigi: «Questa vecchia macchina si sfascerà da sé». Ma i disordini della Rivoluzione Francese ebbero anche delle conseguenze positive: alcuni uomini di primo piano intravidero la possibile salvezza della chiesa e del mondo in stretta connessione con il papato. Con la rivoluzione infatti le idee politico – religiose dell ‘assolutismo erano profondamente compro messe. L’infame trattamento riservato a Pio VI e Pio VII, come pure la loro coraggiosa resistenza, avevano suscitato ovunque molte simpatie per il papato. Scrittori influenti come Chateaubriand, Lamennais, de Bonald e de Maistre svilupparono nei loro scritti il programma di un coerente ultramontanismo. L’editore tedesco del libro Du pape di de Maistre ne riassunse le idee in questi termini: «Senza papa non c’è più cristianesimo, e l’ordine sociale è inevitabilmente ferito nel proprio cuore». Il programma dell’ultra montanismo, concepito in Francia, trovò un terreno fertile in altri paesi europei in quanto era stato Preparato dal romanticismo e dalla restaurazione. Grazie a una fioitura di associazioni e di congressi cattolici, di partiti politici e stampa cattolica, esso si diffuse rapidamente negli stati impregnati di liberalismo, conseguendo una consistenza sempre più massiccia. Basandosi su questa poderosa corrente, Roma poté riconquistare e accentuare il proprio ruolo di guida in tutte le questioni ecclesiastiche fino a coronarlo nel concilio Vaticano I con la dottrina dell’infallibilità e del primato universale del papa. Agli effetti dell’evoluzione del papato si rivelò estremamente vantaggiosa anche la perdita dello Stato Pontificio (1870). Tale perdita ebbe l’effetto di una liberazione da tanti legami che nel corso dei secoli avevano molto spesso rappresentato un ostacolo alla missione religiosa, e che ancora durante il XIX secolo comportarono difficoltà non indifferenti. Da allora in poi il papato si dovette affidare totalmente al proprio potere spirituale sul cuore degli uomini. Anche il grande influsso politico, riconquistato durante il XIX secolo, fu soltanto un’emanazione di tale influsso spirituale. In questo contesto si è rivelata di grande vantaggzo anche la struttura democratica dello stato, che inizialmente la curia non voleva accettare. Ne fa testimonianza il discorso che Bismarck tenne il 16 marzo 1875 davanti ai parlamentari prussiani; egli disse fra l’altro: «Al vertice di questo stato nello stato… sta il papa con diritti autocratici. Questo monarca, qui da noi, si trova a capo di un partito compatto, che sceglie e vota come vuole lui. Il papa in Prussia, tramite la [sua] stampa ufficiosa, ha la possibilità di annunciare ufficialmente i pro pri decreti e di dichiarare nulle le leggi del nostro Lui ha inoltre un esercito di ecclesiastici nel nostro territorio, riscuote le tasse, ci ha rivestiti con una rete di associazioni e congregazioni, il cui influsso è molto efficace. Insomma: da quando abbiamo una costituzionezione non c’è pressoché nessuno che in Prussia sia potente come questo alto prelato romano, circondato com’è dal suo consiglio di clero italiano. Una posizione del genere sarebbe già di per sé molto pe- ricolosa e difficilmente sopporta bile per lo stato se fosse conferita e garantita a un nostro cittadino. Ma in questo caso essa spetta a uno straniero». Senza dubbio si può affermare che il XIX secolo fu sotto il segno di una spiritualizzazione e quindi di un rilancio del prestigio papale. Il forte senso di autocoscienza, che nel XIX secolo impregnò il papato, interamente rinnovato, come pure lo spirito della limitatezza, di derivazione ultramontanista, portarono ad acuti scontri con le idee liberali e gli stati nazionali moderni. Le agitazioni politiche che nel corso del secolo scossero tutta l’Europa e non risparmiarono nemmeno la Santa Sede, sollevarono con penetrante incisivztà una questione importante: quale atteggiamento doveva assumere il papato di fronte a una società che era stata forgiata dalle rivoluzioni spirituali e politiche del XVIII secolo? E soprattutto quale atteggiamento prendere di fronte alle libertà religiose e civili, di fronte alla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, fra cui la libertà di religione godeva di una posizione di privilegio? Gli atti di violenza e le leggi ostili alla chiesa, cui avevano portato le rivoluzioni scatenate in diversi stati dalle idee liberali, confermarono la convinzione dei papi che fra i principi della Rivoluzione Francese e il crollo dei valori tradizionali in campo sociale, morale e religioso esisteva un rapporto diretto di causa ed effetto. Per questo individuarono la via della salvezza nel ritorno ai principi antecedenti al 1789. Tramite il liberalismo, così credevano, l’intero ordine cristiano del mondo risultava gravemente minacciato. Influenzati dall’idea del ritorno al Medioevo cristiano, fin troppo idealizzato dal romanticismo, spesso i papi vollero conservare o riconquistare privi- legi e diritti anacronistici. A tale scopo fecero pressione specialmente sugli stati cattolici affinché salvaguardassero la chiesa dalla pressione di correnti ostili al cristianesimo e alla chiesa stessa, e favorissero una legislazione improntata alla morale cattolica. Fino al termine del secolo i papi misconobbero in genere il vero andamento della storia e spesso trascurarono l’occasione di cooperare alla concretizzazione delle giustificate esigenze di libertà e di sano progresso. Per vari decenni il papato del XIX secolo dà la sensazione di un diffuso disorientamento. Gli mancarono le grandi idee e le iniziative ispirate al- l’entusiasmo. Fino a Leone XIII si limitò a condannare in blocco gli errori veri e presunti dell’epoca. Ma la disgrazia maggiore per l’intera chiesa cattolica fu l’irrigidimento dei papi nel sostenere la sopravvivenza dello Stato Pontificio. Dopo la secolarizzazione del 1803 questo stato era semplicemente un anacronismo, anche se l’esigenza di mantenere l’indipendenza della Santa Sede è una motivazione di tutto rispetto. Si trascurò di approfondire tempestivamente anche sotto l’aspetto teologico i problemi che lo Stato della Chiesa andava via via sollevando. Ancora nel 1862 ben trecento vescovi riconobbero che il potere temporale della Santa Sede era una necessità e che esso era stato istituito dalla precisa volontà della divina provvidenza. Perfino dopo il 1870 la «questione romana» paralizzò molte energie del papato, che pur si stava avviando al traguardo diuna autentica grandezza spirituale.